Come Educare i Nostri Figli alla Vita, all'Amore e al Successo

Nel prossimo seminario avanzato di Costellazioni Familiari dal titolo "Genitori e Figli"  ci concentreremo su  quello che abbiamo imparato dai nostri genitori come figli e quello che come genitori abbiamo trasmesso ai nostri figli.

Poichè noi siamo il modello di comportamento, il riferimento costante per i nostri figli, e quindi comunichiamo con tutto il nostro essere, è importante accertarci di stare trasmettendo il giusto messaggio, perchè se non usciamo dai nostri schemi e condizionamenti rischiamo di fare con i nostri figli lo stesso che è stato fatto a noi.

Il linguaggio non verbale occupa più del 90% della comunicazione, è fatto di gesti, di toni, di atteggiamenti e comportamenti, e trasmette messaggi spesso sottratti al controllo razionale, che però vengono recepiti in modo totale soprattutto dai bambini.

Tornare a casa dal lavoro piegati tristi, arrabbiati, stressati, mostrare insoddisfazione o indifferenza nel rapporto coniugale, lamentarsi delle difficoltà economiche trasmettono ai figli una incredibile e a volte deleteria quantità di informazioni su ciò che è il lavoro, la relazione di coppia, il denaro.

Per essere un buon genitore è sufficiente (e necessario) ricordare e comprendere quello che ci ha ferito, che ci ha fatto soffrire, che ci ha deluso nella nostra infanzia, comprendere quello che ci  è successo da bambini significa contattare in profondità la nostra essenza e analizzare il messaggio verbale e non-verbale che ci è arrivato dai nostri genitori.

 

 

 

Fino all'età di quasi 30 anni, ero convinto di avere avuto un'infanzia dorata, figlio unico, famiglia agiata, genitori fantastici: i miei problemi, ne ero convinto, erano cominciati con l'adolescenza, con i compagni di scuola, con gli insegnanti, e via via con l'università e l'inserimento nel mondo del lavoro...

Avevo diversi sintomi e disturbi, soprattutto a livello dei bronchi e della gola, ma quello che avvertivo era soprattutto un profondo "male di vivere", uno sforzo e una tensione continui, una "fatica esistenziale" che mi logorava nel profondo e mi impediva di gioire.

Quando ho incontrato per la prima volta il mio "bambino interiore" durante un seminario di Primo Livello Reiki, avevo 29 anni, in una regressione guidata sono andato indietro nel tempo e ad un certo punto ho visto me stesso all'età di sei, sette anni.

Quello che stava davanti a me era un bambino completamente diverso da quello che mi ero sempre ricordato: era sporco, lacero, malconcio, come un piccolo zingaro, veniva verso di me quasi zoppicando, mi tendeva la mano e con occhi incredibilmente tristi sembrava chiedermi: "Perchè mi hai fatto questo?"

Sono scoppiato in un pianto dirotto, i singhiozzi sembravano uscire dalla mia pancia, ero scosso da un tremito incontrollabile, e quando tutto finì, mi ritrovai esausto, quasi privo di sensi, circondato da alcuni compagni di corso che mi sorridevano e mi facevano un trattamento Reiki. 

 

 

Quello fu l'inizio del mio viaggio, l'inizio della mia nuova vita, nei giorni successivi mi sentivo sollevato, gran parte del peso, della fatica, dell'ansia erano scomparsi, anche i sintomi ormai cronici alla gola e ai bronchi si erano attenuati e nel giro di pochi mesi scomparvero.

Da quel giorno presi per mano quel bambino e gli promisi di non lasciarlo mai più da solo: insieme abbiamo fatto tanta strada, prima siamo andati all'inferno, come Dante e Virgilio, poi abbiamo attraversato il purgatorio e solo recentemente abbiamo cominciato a intravedere qualche bagliore di paradiso.

Ora che ho 53 anni posso dire di avere un buon rapporto con il mio bambino interiore, gli ho restituito la sua infanzia, (quella vera) gli ho restituito un padre e una madre (io) e tanti fratelli e sorelle con cui giocare (i fratelli e le sorelle abortiti).

Quando guardo mia figlia, che oggi ha quasi 6 anni, la vedo, io sono il padre e lei è la figlia, io sono grande e lei è piccola, la lascio libera di piangere, se vuole piangere, di correre, se vuole correre, di arrabbiarsi se si arrabbia e soprattutto evito di dirle che deve essere "brava" e "buona".

Ho ancora molte cose da imparare da lei, credo che non smetterò mai, ma so che la cosa più importante è quella di avere ritrovato il mio bambino interiore, e con lui tutta la gioia e tutto il dolore della mia infanzia. 

 

 

 

Sono stato chiamato Umberto Mario, come i miei nonni materno e paterno: il che, a livello non-verbale, vuol dire "non sei autorizzato a essere te stesso, devi fare da padre a tua madre e da padre a tuo padre!"

Ho abitato nella casa dei miei nonni, dormivo nella stanza di mia nonna, Maria Elisa, la vedova di nonno Umberto, morto un anno prima della mia nascita: il che vuol dire "tu non sei autorizzato ad avere il tuo spazio, devi prendere il posto del nonno e farle da marito!"

Non potevo piangere, perchè un maschietto (soprattutto se deve fare da padre e da marito) deve fare l'ometto e non deve piangere, il che vuol dire "non sei autorizzato a sentire le tue emozioni"

Non potevo ridere, cantare, giocare, perchè facevo rumore: il che vuol dire "non sei autorizzato ad esprimere te stesso, se esisti disturbi"

Dovevo fare il bravo. Sempre. Il che significa "Quello che tu sei e quello che tu vuoi è sbagliato, non conta. Quello che conta è che tu sia e che tu faccia come vogliono mamma e papà"

Dovevo essere il migliore a scuola, prendere i voti migliori e vincere le gare, e se sbagliavo qualcosa, rimproveri, punizioni e castighi, il che vuol dire: "Se non vinci, sei un perdente, sei non sei il migliore, non sei nessuno, se non prendi 10 e lode non vali niente, vuol dire che non ti impegni abbastanza, devi fare di più"

 

 

 

Ma perchè i genitori danno tanta importanza a quello che pensano gli altri? Perchè vogliono che i figli siano i primi della classe, i migliori nello sport? Che senso ha? Forse qualcuno ci ha chiesto di essere il migliore, noi non ci siamo riusciti, e adesso ci riproviamo delegando il compito a nostro figlio...

La competizione e la performance è spesso deleteria e può aumentare di gran lunga il senso di svalutazione che proviamo nei confronti di noi stessi: non ci dobbiamo affannare così tanto…c'è posto per tutti e ognuno di noi è migliore semplicemente perché è unico. Insomma riassumendo: 

I bambini non devono essere bravi!

I bambini devono essere se stessi!

I bambini non devono essere buoni!

I bambini devono essere se stessi!

I bambini non devono essere i migliori!

I bambini devono essere se stessi!

E poi cosa vuol dire veramente essere bravo? Un bambino è davvero bravo:

quando si sa ascoltare;

quando sa esprimere i suoi bisogni e le sue emozioni

quando conosce se stesso, il suo progetto di vita e i suoi talenti

quando accoglie le sue debolezze senza giudicarle

quando si ama, gioisce e si diverte

quando impara giorno dopo giorno  ad accogliere, affrontare e superare limiti e paure

quando nutre fiducia in sé e nella vita

quando sa osare o pazientare laddove necessario

quando mantiene alta la fiducia nelle sue infinite capacità e potenzialità

quando sa essere sempre se stesso per far emergere la sua essenza in ogni circostanza.

E I BAMBINI SONO GIA' COSI'!!!

TUTTI!!!

SONO BRAVISSIMI A ESSERE SE STESSI!!!

LO SONO DI NATURA!!!

PERCHE' NON SONO ANCORA STATI PLAGIATI DAGLI STEREOTIPI SOCIO CULTURALI!!!

SIAMO NOI CHE DOVREMMO IMPARARE DA LORO AD ESSERE LIBERI E SPONTANEI!!!

  

 


Articolo a cura di Umberto Carmignani

Letture altamente e vivamente consigliate

Le 7 idiozie sulla crescita dei bambini  di Roberta Cavallo e Antonio Panarese
degli stessi autori: Smettila di reprimere tuo figlio, Smettila di programmare tuo figlio, Smettila di fare capricci

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